Tu che mi guardi, tu che mi racconti.

Capire la multi-culturalità cercando di preservare una visione caleidoscopica di come i popoli re-inventano se stessi per poter vivere nel nostro Paese.

Vedere il presente attraverso gli occhi degli altri.
Come insegnare ad una scolaresca multicolore? Come mantenere una base comune senza appiattire le differenze? Come rispettare l’identità dei vari gruppi senza relegare ogni gruppo in un ghetto socioculturale? Come adattare le strutture sociali, le pratiche amministrative, le abitudini alimentari, gli orari di gruppi sociali diversi?
Tu che mi guardi, tu che mi racconti è un progetto, costituito da diversi percorsi, realizzato in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia, per avvicinare i più giovani, anche tramite le scuole, e le famiglie, al tema della multiculturalità.
Per una settimana in Piazza San Fedele a Milano, all’interno di una tensostruttura, vengono proiettati tre documentari (durata circa 10 minuti l’uno), realizzati mettendo a confronto racconti di ragazzi apparteneti a comunità straniere che vivono a Milano. I temi dei documentari, identificati congiuntamente a Codici - Agenzia di ricerca sociale, diventano i temi di: otto workshop con otto artisti (Stefano Boccalini, Paola Di Bello, Simonetta Fadda, Francesco Jodice, Armin Linke, Annamaria Martena, Alessandro Tabibzadeh Nassiri e Roberto Lucca Taroni); un documentario; una mostra; un libro-catalogo e uno spazio internet.
Il documentario.
La multi-culturalità nel suo manifestarsi è una rielaborazione creativa che gli stranieri fanno della nostra società, dei suoi spazi, delle sue abitudini.
Il documentario, racconta storie di quotidianità, distanti dai dati di cronaca, dagli elementi di clamore cercando di preservare una visione caleidoscopica, variegata, sfaccettata del concetto di come i popoli re-inventano se stessi per poter vivere nella nostra città. 
 
Come l’erba che cresce nel mezzo delle cose.
Racconta le storie di quattro ragazzi a cavallo tra due culture e due generazioni. Il confronto tra le tradizioni della Cina e le esperienze quotidiane dell’Italia, il confronto tra genitori e figli.
Zimu è nato in Cina e vive a Milano da 16 anni, da quando ne aveva 6. È laureato in Economia dei Mercati Finanziari in Bocconi, dove frequenta ora il primo anno di specializzazione. Spera poi di trovare uno stage e di iniziare subito a lavorare. Laura ha 19 anni, vive a Milano con i suoi genitori, studia ragioneria e pensa di continuare gli studi all’università. Il suo nome in cinese è Chen, che vuol dire “Mattina”... Maria “Lihui” (il suo nome in cinese significa “Bella e saggia”) è nata a Milano, ha quasi 22 anni, frequenta il terzo anno di psicologia della comunicazione in Bicocca. Vive da quando aveva 2 anni con una signora italiana, ma ha sempre visto regolarmente i suoi genitori. Anna ha 21 anni, è nata a Biella e quando aveva 3 anni si è trasferita a Roma con i suoi genitori. Finite le superiori è venuta da sola a Milano, dove ora frequenta la Bocconi. 
 
La soglia del mondo.
Racconta i sogni di Michael per il futuro dei suoi figli. Lasciato lo Sri Lanka nel 1983 a causa della guerra, Michael vive in Italia dal 1992. Il tema del lavoro e della volontà di arrivare a poter scegliere.
Michael ha 37 annni e da quando ne ha 15 ha lasciato lo Sri Lanka per viaggiare e studiare. Dopo anni passati su una nave greca, Michael è arrivato a Venezia e da allora, era il 1992, è rimasto in Italia dove ha svolto molti lavori, dal babysitter all’uomo delle pulizie, e attualmente gestisce con la sua famiglia la portineria di un palazzo del centro di Milano. La sua grande passione è il cricket e oltre a praticarlo organizza una squadra di giovani promesse.
Dopo quindici anni vissuti in Italia, Michael pensa di non essere né srilankese né italiano, ma di appartenere alla comunità “internazionale”. Se per Michael la casa è ancora lo Sri Lanka, per suo figlio la casa è diventata l’Italia.
 
Ballando al suono antico del futuro.
È la storia di cinque ragazzi filippini, nati e cresciuti in Italia, che sono accomunati dalla passione per il ballo. Il tema dell’espressività e della creatività come momento di condivisione delle proprie esperienze ed emozioni.
Margherita, Gianna, Kathy, Edeadne Bryan, Leonard: cinque ragazzi filippini nati e cresciuti in Italia. Il denominatore comune che li unisce è la passione per il ballo, che si è concretizzata per anni in prove lunghe e impegnative per arrivare alla messa in scena di molti spettacoli: oltre all’emozione del palcoscenico e alla soddisfazione del “dopo spettacolo”, i ragazzi hanno condiviso i tanti momenti intensi del backstage, che li hanno uniti profondamente.
Ora il tempo da dedicare al ballo è molto meno, lo studio e il lavoro li assorbono completamente. Per alcuni di loro l’esperienza lavorativa nasce da un’esigenza di libertà, per altri è una necessità economica o un’occasione per capire meglio cosa fare nella vita. 
Per tutti resta comunque fondamentale il legame e il confronto con la famiglia: l’importante è non deludere le aspettative dei genitori, che aspettano di vedere i loro sforzi concretizzarsi nella laurea dei figli. 
 
Workshop.
Con otto artisti, dedicato a studenti delle scuole primarie e secondarie. 
Nei woorkshop, il contatto diretto con un artista, che sa servirsi di tutti gli strumenti tecnici, corporei, vocali per rendere al meglio un idea diventa un occasione unica di osservare un modo creativo di pensare.
Questa tematica, questo modo di fare tabula rasa e di reimpostare il proprio punto di vista su un problema è la posizione socialmente più vicina a come gli stranieri si re-inventano come il vivere insieme a noi. 
 
Autoproduzione nel quotidiano di Stefano Boccalini.
L’utilizzo dello spazio pubblico e la coabitazione tra culture diverse. Queste due problematiche (che possono diventare due facce della stessa medaglia) sono il punto di partenza del workshop, che intende analizzare rispetto al quartiere di provenienza dei ragazzi, quei luoghi che per loro natura sono deputati all’incontro tra culture diverse (scuole, spazi per il gioco, ecc.), quegli spazi che vengono riutilizzati perché “muti” e quelli che possono essere trasformati secondo i desideri di ognuno e ripensati con nuove funzioni.
 
 
Il linguaggio dei gesti di Paola di Bello e Armin Linke.
A partire dal celebre “Supplemento al dizionario italiano” di Bruno Munari, il progetto di workshop intende focalizzare l’attenzione sul linguaggio gestuale.
L’idea è quella di ricreare con i ragazzi dei piccoli set fotografici che mettano in scena gesti a loro noti e familiari e di tentare di tradurli nella gestualità di altre lingue con l’aiuto dei ragazzi di nazionalità diverse.
A conclusione del workshop le fotografie scattate sono state stampate e visionate da tutti i ragazzi.
 
 
Il giro del mondo in un piatto di Simonetta Fadda.
Il workshop propone una riflessione in chiave ludica sulle differenze e somiglianze culturali tra persone di diversa nazionalità, a partire dal cibo.
I ragazzi partecipanti utilizzano personalmente la telecamera per intervistarsi a vicenda rispetto ai propri gusti e ai piatti esotici e/o abituali che è capitato loro di assaggiare. La telecamera è collegata a un grande monitor di controllo che permette ai bam- bini di visionare in tempo reale il video che stanno realizzando.
A conclusione del laboratorio, il video viene proiettato nello spazio in cui si svolge la manifestazione.
 
Crossing di Francesco Jodice.
Crossing è un confronto all’americana tra individui qualsiasi. Sono fotografie di persone inconsapevoli, ritratte nell’atto di venirci incontro.
I ragazzi “spiano”, quindi, attraverso l’occhio di alcune macchine fotografiche digitali, le persone che incrociano casualmente per strada. Le foto di questo improvvisato campionario umano vengono poi affiancate l’una all’altra, ricostruendo un’ illusione di contiguità tra la gente e lo spazio nel quale si muovono. Nel loro involontario confronto le figure pongono quesiti sulla propria identità e sul senso di appartenenza ai luoghi che attraversano.
 
 
Voice over di Annamaria Martena.
Il titolo del workshop è ripreso dal termine “voice over”, ovvero una delle tecniche del doppiaggio parlato che nel suo nome condensa, col rimando ad una voce sopra, l’idea del progetto. Il doppiaggio ha varie funzioni ma la più diffusa, almeno in Italia, è la traduzione interlinguistica: una voce sostituisce quella in lingua straniera, rendendo comprensibile un dialogo. Il suo scopo è chiaramente quello di togliere allo spettatore il problema della traduzione e di guidarlo, comodamente, dentro ai contenuti pronunciati. Ma, se il doppiaggio usasse la stessa lingua e parole identiche, a cosa potrebbe servire dire le frasi di un altro sul suo stesso volto? Cosa potrebbe produrre il dare voce a un’immagine che non è la propria? È evidente che lo scopo non può più essere la traduzione e la comprensione del testo e, dunque, la sua utilità va ricercata in altri campi della comunicazione. Voice over è un video sviluppato e realizzato nel corso del workshop, in cui i ragazzi sono stati a turno attori e doppiatori l’uno dell’altro.
 
 
Percorsi generazinali di Alessandro Nassiri Tabibzadeh.
Milano è sempre stata una città centro di migrazioni, come ogni grande città, un luogo in cui coe- sistono diverse culture, non sempre facilmente. La convivenza di realtà differenti e di una “cultura italiana” (che non può essere ridotta a una sola) si può osservare nei bambini che spesso crescono in una realtà diversa da quella in cui sono nati i loro genitori. La mia storia personale è proprio quella di figlio di un uomo straniero e di una donna italiana. Quando ero alle elementari gli “stranieri” a Milano erano molto meno di ora e io ero sempre individuato in un certo senso come diverso. Non mi sono mai sentito discriminato, però spesso mi chiedevano da dove venissi, a causa del mio cognome. Non provavo disagio, ma spesso non avevo voglia di raccontare tutta la mia storia. Il mio rapporto con il paese di mio padre non è mai stato troppo facile, non conosco bene la lingua, non ci sono quasi mai stato e la mia famiglia è anche scappata da quella realtà. In Italia, però, molte persone mi associano alle mie origini paterne, e la cosa interessante è che anche là sarei visto come uno straniero. L’idea del workshop è quella di cercare di capire come un ragazzo che frequenta la scuola italiana a Milano nel 2005 percepisca il problema delle sue origini, qualsiasi esse siano, di indagare su cosai ragazzi sanno del luogo (inteso nei più diversi modi, come città, regione o stato) di nascita dei loro genitori. Anche molti abitanti italiani di Milano sono nati altrove: risulta interessante cercare di capire quanto il problema della provenienza geografica e culturale dei genitori incida nel percorso educativo di ognuno. Il progetto non ha una struttura ben identificata per consentire ai ragazzi di intervenire e modificarne il risultato, raccontando la propria origine o quella che percepiscono come tale.
 
 
I ragazzi della via Secam di Roberto Lucca Taroni.
Vedere il presente è inscindibile dal pensare un futuro. Egoisticamente vorrei anch’io conoscere quel “tu” che “mi guarda e mi racconta”. Gli “occhi degli altri” debbono aprire anche i miei. Per questo e per altro ancora intendo attribuire a quei “tu” e a quegli “altri” i volti dei ragazzi che parteciperanno al workshop con me. Per questo voglio utilizzare queste poche ore per conoscerli un pochino e imparare. Per tutto questo vorrei che loro singolarmente pensassero al nome, al simbolo, al programma, agli slogan e alle parole-chiave di un ipotetico gruppo / formazione /associazione che ponga, se non “il futuro”, almeno un futuro come proprio obiettivo. E ciò considerando i rapporti generazionali, i luoghi della città, il tempo libero, il lavoro e l’espressione personale. Poi tutti insieme una mattina, accelerando e comprimendo i progetti di tutti, daremo corpo a questa formazione, scegliendo e scartando, disegnando il simbolo su t-shirt e cappellini, scrivendo slogan e parole-chiave su striscioni e stampando il programma su volantini. E come farfalle voleremo per un attimo all’esterno ponendoci all’attenzione di altri in un luogo pubblico, con un gazebo che ospiti i propositi e il frutto di questa nostra breve ma intensa conoscenza. 
 
Sotto. La tensostruttura in Piazza San Fedele, Milano che ha ospitato il progetto.
Libro-catalogo.
Un catalogo di 80 pagine sul progetto (distribuito gratuitamente a studenti e insegnanti delle scuole di Milano) con una sintesi dei contenuti dei documentari, cinque testi curati da Maria Pace Ottieri (Identità) Lorenzo Breveglieri (Generazioni), Daniele Cologna (Lavoro), Massimo Conte (Spazi), Stefano Laffi (Stili e consumi), Sarah Dominique Orlandi (Creazione), una galleria fotografica e approfondimenti sugli artisti e sui loro progetti per i workshop.
Il volume è stato distribuito agli studenti e insegnati che hanno partecipato ai workshop.
 

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